abbiamo tutti le facce stanche
alla sera
questa sera come ogni sera
il trillo ha la faccia stanca
il ciro ha la faccia stanca
l'angelino nel senso del colombo anzi il bolombo ha la faccia stanca
il charly ha la faccia stanca
il luciano ha la faccia stanca
il michele ha la faccia stanca
l'alfeo ha la faccia stanca
io ce l'ho anch'io la faccia stanca
otto bicchieri 8 attendono lì sul tavolino d'esser riempiti
se solo la bottiglia non fosse già bella che vuota
a chi tocca questo giro?
il giro tocca sempre al bolombo quanto non ci si ricorda a chi tocca il giro
il trillo bestemmia contro la sveglia che domattina lo sveglierà alle quattro...che lui fa il mercato...quello degli uccellini e uccellacci e dei criceti e dei cibi per uccellini e uccellacci e criceti...e delle gabbie per uccellini e uccellacci...e criceti
il ciro si sistema gli occhialini tondi alla gramsci...e guarda il soffitto...chissà a cosa pensa?
il bolombo fa i disegnini con la matita su di un foglio di carta...lui che la sua ditta lo ha lasciato a casa da più di un anno...a cinquant'anni sono cazzi amari...si sa
il charly tace...una volta tanto tace
il luciano inizia il suo solito racconto di quando stava in mezzo ai bricchi in siria...ma capisce subito che nessuno se lo fila...però continua a raccontare..."ahhhhh damasco!"
il michele sta in carrozzella da una vita...e pure questa sera ci sta...con la sua tromba sulle cosce...non ci sta più con la testa nè col corpo... restiamo solo noi che ci ricordiamo di quando si metteva a suonare "take five"
l'alfeo si rimira le due dita della mano destra...quelle che non ha più...strafatto di metadone lui che la sua donna lo ha lasciato per mettersi insieme ad un altro...che è "un altro qualunque" se non è l'alfeo
io mi sollevo dalla sedia e ci dico a tutti quanti...ci dico "beh ciao...io vado a casa"
ce lo dico "ciao" a tutti quanti e tutti quanti mi fanno "ciao"
e come sempre...come sempre poi niente
è solo una banale e fottuta questione di facce stanche
e nel bianco degli occhi
e nel rosso del vino
muoiono le sere
Ho spostato il portascopino del water. L'ho piazzato a lato della postazione del computer. La abat-jour dal comodino di fianco al letto alla mensola. Lassù in cima, alla sommità di una catasta di riviste impolverate. Che non ho mai sfogliato. E che, probabilmente, mai sfoglierò. I gessetti della lavagna per il promemoria quotidiano li ho portati giù in cantina. E i telecomandi di televisore e impianto stereo nell'armadietto porta-attrezzi che sta nel box. Tutta la processione di calze e mutande in solaio. Voglio dedicarmi alla vita scomoda. Non avere nulla a stretta portata di mano di ciò che mi occorre nell'immediato. Ci si rende conto di "vivere" in una grande area metropolitana anche solo per il fatto che il frastuono è rotto dalle frequentissime e lancinanti urla delle sirene della polizia. E delle ambulanze. Il frastuono e l'immaginazione del silenzio. E poi camminando per le strade ci si accorge che la città si sviluppa per cerchi concentrici. Come i gironi dell'inferno. Si passa gradualmente dalla periferia più degradata al centro lustro e lindo e sberluccicante. Basta osservare le borse della spesa della gente. Quella degli hard discount prima. Quelle dell'Esselunga poi. Quelle della Coin più avanti. Quelle della Rinascente e di Gucci infine. Lo si capisce dalle sporte della spesa. Dove ci si trova in un preciso istante. Non è necessario osservare i volti e i portamenti e i vestiti. Della gente. O i palazzi. E i balconi dei palazzi. Questa notte ho sognato di un incidente stradale. Lì all'incrocio fra via Porpora e Piazzale Loreto. Due auto accartocciate. E brandelli di carne che fuoriscivano dalle portiere divelte e dai finestrini in frantumi. Cinque ragazzi giovanissimi in una pozza di sangue. Tre ragazze e due ragazzi. Giusto per essere precisi. Tutti morti. Chi sul colpo. Chi dopo lunga ed atroce agonia. Per ordine del Sindaco e del Prefetto e delle massime cariche istituzionali della città non si è provveduto allo sgombero delle lamiere. E neppure a quello delle salme. Tutto è rimasto lì dove si trovava. Come al momento stesso del tremendo impatto. Per mesi e mesi i cittadini hanno potuto osservare il progressivo arruginirsi delle lamiere sotto l'incalzante pioggia di inizio novembre. Così, allo stesso modo, si è potuto assistere, attimo dopo attimo, alla decomposizione e all'imputridimento dei cadaveri. Come un monito. E quella sera l'Alfeo aveva trascorso il suo tempo in un barettino scalcagnato in fondo a Via Padova. Sulle pareti i posters di pugili d'altri tempi. Duilio Loi la faceva da padrone. Sbocconcellava l'Alfeo un panino al salame alternandolo a piccoli sorsi d'un vinello rosso che s'instradava all'aceto. Alla tele davano una partita del Milan. Non che gliene importasse molto. Ci dava un'occhiata di tanto in tanto. Per inerzia. Al tavolino di fronte stava seduta una ragazza sui vent'anni. Di bell'aspetto. Riccia e mora e con grandi occhi neri. Un berrettino di lana in testa e una sciarpa al collo. Un cappottino in pelle a tre quarti. E stivali di gomma blu elettrico. Si capiva che stava aspettando qualcuno. Il cellulare in mano a cui spesso e volentieri rivolgeva uno sguardo. Sarà passato il tempo che è passato. Poi è entrato un ragazzone tarchiatello e col naso schiacciato. Capelli rasati a "quasi zero". Indossava una tuta dell'Adidas e portava a tracolla una enorme borsa da palestra con su una scritta che non si riusciva a leggere. Una roba del tipo "Audace". Si sono baciati di un bacio appena accennato. Il ragazzone ha pagato il conto della sua tipa. A braccetto sono usciti in direzione della fermata dell'autobus. Proprio lì davanti all'ingresso del bar. L'Alfeo è restato seduto per un tempo indefinito. Ha ordinato un altro bicchiere di mezzo vino e mezzo aceto. Quei due fogli sul suo tavolino e la partita del Milan in tivvù. Scuoteva la testa leggendo i risultati delle analisi del sangue. Il suo sangue. Poi decise che era giunto il momento di rientrare a casa. E rientrò. Gettò il cappotto sul divano. Si sdraiò a letto ancora con gli anfibi ai piedi. Accese una sigaretta e la fumò. Chiuse gli occhi mentre pensava che quell'oggettino che aveva comperato al mercato dell'antiquariato per regalarlo, quell'oggettino lo avrebbe tenuto per sé. Che non ne valeva la pena di regalarlo. E s'addormentò.
Non ricordo con precisione quando fu la prima volta che entrai in contatto con Lui. Forse fu quel giorno che camminando lungo viale Sabotino m'imbattei in un negozio, tra i più conosciuti della città, che vendeva stampe e cornici. Notai un'enorme stampa oltre la vetrina raffigurante un faro che appollaiato su di una collina s'affacciava sul mare. Sono sempre stato affascinato dai fari (e dal mare naturalmente) tanto che, un tempo, immaginavo che il mio futuro potesse consumarsi in quei luoghi. Laggiù, chissà dove, nei luoghi in cui la mia vita si sarebbe sviluppata in verticale. E la mia vista in orizzontale. Poi le mie vicende hanno seguito un altro corso. Ma, ovviamente, questa è un'altra storia. E fu così che comperai un catalogo delle sue opere. Lo divorai avidamente. Sin da allora mi sono rimaste impresse le scene che rappresentava. Indelebilmente impresse. Quei fari che si stagliavano sulle colline oltre la campagna. E che s'offrivano al mare. Una rapprentazione della natura in tutta la sua meravigliosa possenza. Ma si tratta di una natura silenziosa. Nulla a che vedere con quelle raffigurazioni in cui Essa si mostra devastante e rumorosa e padrona. Il mare è semplicemente una distesa azzurra. La campagna una distesa gialla e verdastra. Il cielo come il mare. Regna sovrano il silenzio più assoluto. Ed il faro assomiglia ad una persona che, immobile come una statua, osserva tutt'intorno, diventando anch'esso un elemento della natura. Un elemento costitutivo del paesaggio. Come un'onda o una nube o un filo d'erba. E così anche altre opere del genio umano, come i pali della luce e i fili della corrente elettrica, paiono persone, persone tali e quali a statue. Non ci sono distinzioni fra l'uomo -e ciò che l'uomo ha costruito- ed il contesto in cui questi si trovano. L'ambiente è un tutt'uno. Un tutt'uno di disgregati elementi. Tutto è natura. Uomini e cose e alberi e mare. Tutto è silenzio. La natura è silenzio. Ma nulla rimanda all'immagine della morte. Ogni oggetto, ogni albero, ogni individuo è denso di vita per il solo fatto di avere una forma, una dimensione spaziale. E forse temporale. Tutto è vivo semplicemente perchè esiste. Perchè c'è. E così gli elementi naturali s'incontrano e si intersecano ma pare che non interagiscano fra loro. Gli uni sono estranei agli altri. L'uomo all'uomo (e alla donna), l'uomo alla distesa d'erba che sta magari calpestando, il cielo al mare, il mare alla terra. Ognuno, ogni individuo "sta solo sul cuor della terra". Quello scoglio sta solo sul cuor della terra. Il cielo sta solo sul cuore dell'Universo. E le persone che si incontrano nei bar in piena notte o all'ora del pranzo o del the, stanno sedute ai tavoli, ieratiche come dolmen, magari una di fronte all'altra, magari si guardano in faccia. Ma non si vedono. Il più delle volte hanno il capo chino in avanti, stringono fra le mani un bicchiere, assorbite dai loro pensieri. E così quella donna che sta seduta sul bordo del letto a vagheggiare... Il suo uomo dietro che forse dorme, forse no, completamente nudo. In un altro dipinto speculare c'è un uomo nella stessa posizione, la sua donna sdraiata di spalle, colle natiche al vento, forse fa solo finta di dormire. Entrambi imprigionati nelle catene della loro assenza rispetto all'ambiente circostante. Così quel vecchio accovacciato sui gradini di fronte a quella che si presume sia la sua bottega; e la strada è deserta. Gli innamorati che stanno fianco a fianco, appoggiati a un davanzale. Parlano fra loro. Senza darsi veramente ascolto. E quell'uomo che legge il quotidiano. Nella stessa stanza una donna che suona svogliatamente con un dito il pianoforte. E quante stanze piene (o vuote?) di donne affaccendate nelle loro domestiche faccende. E quanti uomini. Come burattini che nessuno muove. Si muove solo la sensazione che vi sia un pensiero dominante, solo una sensazione. Ma di quel pensiero non si conosce molto; forse è solamente una domanda. "E adesso?". Forse è solo una considerazione: "E' stato quello che mai avrei voluto che fosse...eppure è stato". E quante finestre! Finestre aperte sul mondo, su spicchi di mondo, come fossero spiragli. Non c'è mai una visione ampia, da esse si può scorgere solo una piccola porzione di ciò che c'è fuori. E rimane la sensazione di timore, quell'inquietudine di non poter vedere "oltre", di non riuscire ad avere una visuale completa. E quindi l'irrequietezza che deriva dalla paura dell'ignoto, di ciò che non si può, e forse non si vuole davvero vedere. Oltre il bosco, oltre la collina, oltre quel braccio di mare. E poi le stanze vuote. C'è un celeberrimo quadro che rappresenta una stanza vuota, le pareti bianche, una finestra che si getta sull'acqua. Predomina la sensazione di vacua immobilità, solo un raggio di sole che disegna il suo contorno d'ombre e luci riempie la scena. E tanto più la riempie tanto più la stanza si svuota. Il divano rosso e la credenza ed il quadro che s'intravedono là dietro non sono altro che silenziose comparse in scena. In molti dipinti si annusa l'odore di sigarette fumate stancamente e il profumo agrodolce dell'attesa, di una perenne attesa. Una donna che si sporge al balcone. Chiaramente attende qualcuno. O qualcosa. Ma chi? Ma che cosa? Forse un uomo, il suo uomo. Forse un evento straordinario, ma anche ordinario, in fondo basta poco, che possa mutare radicalmente il decorso della sua esistenza. Si può notare il "dove" ed il "quando". Si può immaginare, seppur vagamente, il "perchè". Ma in nessuna opera sono mai stato capace di percepire il "come". Forse per il semplice fatto che neppure l'artista lo conosce quel "come". Forse neppure esiste un "come". E quell'uomo che s'adopera alla stazione deserta delle pompe di benzina, quell'uomo è un pò come sono io adesso. Qui a scrivere meccanicamente queste parole sulla tastiera. Scrivendo di un pittore e delle sue "pitture" ma pensando ad altro. Estraneo al mondo, estraneo a questa stanza. Estraneo a me stesso. Conosco il luogo, conosco l'ora, posso immaginarmi il motivo del mio agire ma non ne so nulla del come. Di come io possa ritrovarmi qui mentre vorrei stare altrove. A fare e pensare dell'altro. Ma cosa?...d'altro. E come?
"Padre, lei ha il cuore così puro e l'anima troppo immacolata per potersi permettere di confessarmi ed elargirmi l'estrema unzione. Lei non può capire cosa si prova quando...".
Con queste parole la signora Cipolla congedò don Sandro, il cappellano della clinica, che s'allontanò dal capezzale bofonchiando e scuotendo la testa. La signora Cipolla era entrata in quel reparto sei mesi prima. Ce l'aveva portata il marito, un ometto di quasi novant'anni che un tempo era stato il veterinario del paese. Ogni giorno le faceva visita negli orari dei pasti per imboccarla. E lei, con quella sua vocina flebile, gli rimproverava sempre di usare modi troppo rudi. Ma l'avere a che fare con vacche e scrofe e muli da traino per più di cinquant'anni aveva irrimediabilmente influito sui suoi comportamenti e le sue movenze tanto che s'era perduta la gentilezza e la delicatezza che lo contraddistinguevano quando era giovane. La signora Cipolla si distingueva invece per i suoi modi garbati e soprattutto per quel suo linguaggio forbito, aulico, barocco, infarcito di vocaboli ed espressioni ormai caduti in disuso. La signora Cipolla per trent'anni aveva svolto indefessamente e con solerzia le sue funzioni di maestra elementare del paese. Ai tempi del "Tutti in piedi bambini, il direttore!". Ai tempi delle mani stese sul banco e delle bacchettate per chi mostrava le unghie sporche. Poi era andata in pensione. E per altri tre decenni aveva letto romanzi d'appendice e cucinato pietanze e curato amorevolmente i fiori in giardino. Per tutto questo tempo sempre in attesa di un uomo che rientrasse dalle campagne circostanti. Enormi cumuli di camicie in flanella e pantaloni di velluto impregnati dell'odor di stalle e cavalle gravide e letame. Da lavare e stirare per i giorni a venire. E trent'anni ad attendere quell'altro uomo. Quello che intimamente sapeva che c'era da qualche parte. Ma non sapeva dove. A parere del primario tutti i giorni erano buoni per la dipartita della signora Cipolla. A parere del primario, e come per inerzia, la tipica inerzia dei pareri che si accodano per convenienza e doveroso rispetto delle gerarchie, anche a parere dell'aiuto primario e di tutto quel codazzo melmoso di subalterni. Eppure la signora Cipolla non mollava la sua presa. Tutti i giorni erano buoni ma nessuno era così buono. Ogni mattina l'infermiera del turno di notte, prima di staccare, si recava nella sua stanza, alzava le tapparelle ed apriva le ante della finestra per arieggiare. "Come sta signora? Passata una buona nottata? Ha visto che bel sole che c'è oggi? Sarebbe da andare a farsi un giro in bicicletta e un picnic sulle rive del fiume". Sempre le stesse ciniche parole, anche quando fuori pioveva e tirava vento. Tanto era uguale; la signora Cipolla ormai era cieca. E quasi sorda. Ma mica stupida; l'olfatto non poteva tradirla. Sapeva riconoscere alla perfezione l'inconfondibile aroma della terra e dell'erba bagnate. E a quella frase rispondeva con un sorriso appena accennato, come a confermare, tenendo sempre gli occhi chiusi e rigirando fra le dita della mano destra l'ancor vivido ricordo di un boccolo biondo. Da lì a breve sarebbe entrato il medico di turno. "Come sta signora? Vedo che pressione e temperatura sono nella norma. Sentiamo un pò il cuore e i polmoni". La signora Cipolla si lasciava manipolare senza opporre resistenza. In quel frangente s'immaginava d'essere una biscia d'acqua che si fingeva morta, sbatacchiata di qua e di là da un micetto giocherellone. Attendeva solo che questo si stufasse e rivolgesse le proprie attenzioni verso qualche altra bestiaccia. Magari la lucertola che si beava al sole sul muretto lì accanto. E così accadeva. Il medico la salutava e le porgeva la domanda di rito: "Le serve qualcosa signora?". Lei taceva, abbozzava il consueto sorriso e riprendeva a rivoltare con le dita il ricordo d'un boccolo biondo.
In un'anonima notte d'autunno le apparve in sogno l'Osvaldo. Quel giovanotto aitante che molti anni prima aveva sposato la Luigia. Matrimonio senza amore a riparare le conseguenze dell'irruenza e della focosità proprie della giovinezza. Poi l'Osvaldo era uscito di matto e lo trovarono una mattina nel letto con accanto il corpo inerte della Luigia. Le lenzuola madide di sangue. E di sudore. E le grida strazianti d'un bimbo nella culla. La signora Cipolla si ricordò dei tempi in cui lei e l'Osvaldo...insomma si ricordava tutto. Sin nei minime dettagli. E quella notte nel sogno lui le raccontò di tutta quella storia. Di quella tragica notte. Dell'efferato delitto. E degli anni a seguire al manicomio criminale vicino al lago. E descrisse dei suoi pensieri più profondi e dei suoi ripensamenti. Dei suoi pentimenti, sinceri o insinceri, nessuno avrebbe potuto saperne. Forse neppure l'Osvaldo ebbe il modo ed il tempo, e la lucidità, per tirare le somme della sua vita. Così imbottito e rimbambito di medicine ed altisonanti parole e suoni metallici di chiavistelli e cancelli che si richiudevano senza mai aprirsi e urla disperate e pareti bianche e inferriate alle finestre e muraglie invalicabili e vialetti di ghiaia che tagliavano giardini morti come affilatissime lame di coltelli. Poi d'improvviso l'Osvaldo tacque e fu in quell'istante che la signora Cipolla capì che era giunto il tempo di confessarsi. Solo l'Osvaldo avrebbe potuto comprendere "cosa si prova quando...". Non certo don Sandro col suo cuore così puro e l'anima troppo immacolata. Solamente l'amico d'un tempo, adesso ne era più che certa, avrebbe potuto e saputo capire. E quindi perdonare. Forse perdonare, e perdonare davvero, sino all'ultima goccia di perdono che rimane nell'animo.
La mattina seguente si presentò al suo letto un medico giovanissimo. Appena assunto; probabilmente quello era il suo primo giorno di lavoro in quella clinica. La solita routine. I convenevoli, il resoconto sullo stato di salute dopo la lettura della cartella clinica e l'auscultazione di cuore e polmoni. E quella domanda ormai rituale: "Le serva qualcosa signora?". E la signora Cipolla con un filo di voce rispose. Agli occhi del mondo sembrava una bambina. Rispose: "Gradirei tanto un campari misto a un bianco un pò frizzantino, dottore". Il giovane medico, dopo un attimo di smarrimento, si precipitò giù per le scale e uscì dalla clinica. Attraversò il corso ed entrò nel bar di fronte. Una decina di minuti più tardi si ritrovò di nuovo davanti al letto della signora Cipolla. Ad osservarla mentre estasiata sorseggiava la sua bibita. Con una calma olimpica.
Dei tanti giorni buoni quel giorno si dimostrò il più buono di tutti. Ed il pomeriggio la signora Cipolla in silenzio salutò. E se ne andò.
Il giovane medico fu subissato dai rimproveri del primario. Il gerarca furioso. "Non si abbandona impunemente il posto di lavoro diocristo! Se poi è per far "assumere" ai pazienti sostanze del tutto non compatibili con...". E poi i sogghigni di soddisfazione dei subalterni, i suoi nuovi colleghi.
Ancor oggi, ne è passato di tempo, all'ormai non più giovanissimo medico, ogni volta che gli capita di transitare nei pressi di quello che fu il letto della signora Cipolla, gli scappa da ridere. E pensa fra sé e sé che quel mattino "fece una cosa".
Quella giusta.
"Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita. Come suonava la campanella dell'ultima ora, mi precipitavo fuori di corsa chiedendomi se ce l'avrei fatta ad arrivare a casa prima che riuscisse a trasformarsi di nuovo. Al mio arrivo lei era già regolarmente in cucina, intenta a prepararmi latte e biscotti. Invece di spingermi a lasciar perdere le mie fantasie, il fenomeno non faceva che aumentare il mio rispetto per i suoi poteri. Ed era sempre come un sollievo non averla sorpresa nell'atto dell'incarnazione, anche se non smettevo mai di provarci; sapevo che mio padre e mia sorella ignoravano la vera natura di mia madre, e il peso del tradimento, che immaginavo avrei dovuto affrontare se l'avessi colta sul fatto, era più di quanto intendessi sopportare all'età di cinque anni. Credo addirittura di aver temuto che, qualora l'avessi vista rientrare in volo da scuola attraverso la finestra della camera o materializzarsi nel grembiule, membro dopo membro, da uno stato d'invisibilità, avrei dovuto per questo morire"
(Philip Roth, Lamento di Portnoy,1967)
"Lamento di Portnoy [da Alexander Portnoy (1933)], disturbo in cui potenti impulsi etici ed altruistici sono in perenne contrasto con una violenta tensione sessuale, spesso di natura perversa. Osserva lo Spielvogel: "Atti di esibizionismo, voyeurismo, feticismo, autoerotismo e coito orale sono assai frequenti; come conseguenza della "moralità" del paziente, tuttavia né le fantasie né le azioni si traducono in autentica gratfificazione sessuale, ma piuttosto in un soverchiante senso di colpa unito a timore di espiazione, soprattutto nella fantasmatica della castrazione" (O. Spielvogel, Il pene perplesso, tratto da -Internationale Zeitschrift Psychoanalyse-, vol XXIV, p.909). Lo Spielvogel ritiene che gran parte dei sintomi vadano ricercati nei legami formatisi nel rapporto madre-figlio."
Non avendo nulla di cui scrivere, o forse è vero il contrario, che in realtà avrei milioni di pagine da insozzare di nero su bianco, ecco che per scelta, e probabilmente per "opportunità", meglio sarebbe definirlo "opportunismo", preferisco riportare le parole degli altri. Che le parole, come scriveva il Poeta, anzi Un poeta, non vorrei correre il rischio di assolutizzare tutto e tutti, come mio solito, "le parole son di tutti". Una volta gettate al vento si liberano dalla schiavitù che le legava al loro creatore e vagano nell'aere libere come augelli di bosco, o come foglie in balìa del maestrale. Non si sa dove si poseranno, qualora in qualche luogo decideranno di posarsi. Non si sa se rimaranno allo stato di libertà perenne o se magari qualcosa o qualcuno le acchiapperà e le renderà proprie. Questo non è dato saperlo a priori. Ed è un bene che sia così. Lasciamo fare al Caso. Ammesso e non concesso che esista Il Caso. Che esista Un Caso. Per caso.
"Ah ah. Samuel Beckett disse una volta: Ogni parola è una macchia inutile sul silenzio e sul nulla"
(Art Spiegelman, Maus 1973-1986)
Una citazione da una citazione. Al cospetto delle parole di Beckett non resta che tacere. Quindi taccio. E così facendo vado contronatura. Contro la mia natura, intendo. Occhei, va bene, Samuel Beckett sarà anche stato quel che è stato, ma mica è stato Dio. Mica è Dio. Lo sarà un giorno...forse...ma forse. E se anche lo fosse stato, lo sia, lo sarà, Dio, non mi verrebbe mai spontaneo un atto di incondizionata fede, e di timor. Di Dio. Quel Dio.
"Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l'ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver preso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, "creature di sangue caldo e nervi", come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita"
(Raymond Carver, Da dove sto chiamando. Racconti, 1976, dalla prefazione dell'autore)
Ok Raymond. Passeremo alla nostra "prossima" occupazione. La vita. Sempre la vita.
"Non si sa mai cosa volere, perchè, vivendo una sola vita, non possiamo né paragonarla con le precedenti, né migliorarla in quelle a venire"
Eggià. Ma io una cosa la vorrei. Vorrei, caro il mio bel Milan, vorrei che il tuo assunto in base al quale si vive una sola volta sia la vera verità. In maniera tale che non sia possibile scegliere, in piena consapevolezza di vite passate da cui trarre spunti per migliorare le future, di leggere più simili vaccate. E questo è quanto.
Ho aperto le ante. Quelle dell'armadio della camera da letto. Ho tolto un numero imprecisato di pantaloni e camicie e completi e giubbotti e cappotti e pullover e felpe e magliette. Ed ho infilato il tutto in un paio di valigie. Le ho caricate nel bagagliaio della mia Mimì. E le ho consegnate alla sciùra Antonietta. Che ne disponga come meglio crede. Ora in quell'armadio son rimasti in bella vista gli scheletri. Quando transito loro innanzi mi osservano. In rigoroso silenzio. Pare che mi puntino il dito indice contro. Un dito inquisitore e minaccioso. Sembra che si disegni un ghigno di scherno a deformare i lineamenti del teschio. Capita che mi soffermi ad osservarli a mia volta.
Li fisso dritto dritto nelle palle delle cavità oculari. Continuano a tacere. Gli scheletri. Penso fra me e me: voi siete lì, e lì ci restate. Per quanto mi riguarda in quel buio anfratto potete anche "crepare". ERRARE E' UMANO. PERSEVERARE NELL'ERRORE LO E' ANCOR DI PIU'...UMANO.
Poi io, creatura di sangue caldo e nervi qual mi ritrovo ad essere, poi passo oltre. Così, giusto per passare alla mia "prossima" occupazione.
La vita...sempre la vita.
Nel frattempo il ConiglioViola è tornato all'attacco. E' sbarcato su Milano come un coniglio. Viola.
Ed io son qui, qui seduto, io sto qui nel mio sorriso, qui a guardar passare i tram.
Passato è il tempo delle psico-somatizzazioni. Giunto è quello delle psico-sodomizzazioni.
Giunto è...il tempo...delle...
sento solamente la parte sinistra del mondo
sinistra e "sinistra"
sento senza necessariamente ascoltarla
e rispolvero il mio gessato blu
per certe occasioni è d'uopo
ma anche no
una coccinella rossonera mi si posa sull'avambraccio
dicunt narrant tradunt che porti fortuna
io so solo che adesso le tiro un bel calcio nel culo
e chi s'è visto s'è visto
o forse è preferibile un paio di jeans strappati e una camicia unta e bisunta e le infradito?
la perspicacia
la perspicacia
la perspicacia
la perspicacia
la perspicacia
la perspicacia
la perspicacia
la perspicacia
la perspicacia
la perspicacia
la perspicacia di quelli che si rendono conto che ti stai immettendo sulla tangenziale
ed allora
potendolo fare poichè da tergo non giunge nessuno si spostano sulla corsia più a sinistra non obbligandoti a rallentare e magari addirittura fermarti
l'omologazione dei tatuaggi
passeggio lungo i vialetti del parco del castello di questa amena località turistica
deturpata dagli orrori e dal degrado che porta con sè l'estate
è tutto un trionfo di ciuffi impomatati e scarpe a punta e vestitini a fiori stretti sui fianchi da multicolorate cinture
e complessi che vengon da ogni parte del mondo
si riesuma elvis the pelvis e tutta la genìa rock-psycho-stracciaminkia-billy che a quello è nel tempo succeduta
e mi si fanno incontro due giovanotti belli brillantoni
"oh, finalmente s'incontra uno che non può essere fascista! non sei fascista tu vero?"
"no"
"sei un anarchico?...con quella maglietta lì"
"no"
"sei un bikers?"
"no"
"non sarai mica un naziskin?!"
"no"
"possiamo farti una foto?"
"no"
"però sei dell'inter...non negarlo!"
www.graziearcazzo.com! ho la bandana nerazzurra con su scritto "milano siamo noi"
in ogni luogo mi capita di incontrare chi
attraverso opere e missioni e talvolta omissioni
chi cerca di far rivivere i morti
elvis the pelvis e poi jim morrison e l'altro james il marshall hendrix e poi ancora un james il dean e poi john lennon e poi kurt cobain e poi bruce lee e poi lady diana e poi padre pio e poi il papa buono e poi don lurio con lola falana e poi il berlinguer e poi il che guevara e poi il mario nel senso dell'anguriere che c'aveva il suo bel baldacchino-teatro vudù parapunzipunzipù sulla provinciale per melzo
e più ci si affanna a far rivivere i morti
e più quelli
i morti
mi appaiono defunti e sepolti sotto uno spessa coltre di terra e di polvere che non si può misurare da tanto che è...
e mi sembrano moribondi anche coloro che si affannano a...ma questa è una cosa mia
spesso capita anche a me
con una donna
La Donna
e poi la volgarità
la volgarità
la volgarità
la volgarità
la volgarità di quelli che "ehi capo! guarda che ti è caduto il mazzo di chiavi!"
la volgarità che elide ed elude l'intrinseca gentilezza del gesto
e ci sediamo al tavolino lercio di questo caffè al centro di questo borgo antico
tanto antico quanto solo i borghi antichi sanno esserlo...antichi
un rudere che si nutre dei suoi propri ruderi...e verrà il giorno che finiranno le scorte
altro che città eterne!...e borghi...e borgate...e borgatari...e borgotaro
non vi è nulla che smangia e smunge quanto la presunzione e la professione dell'eternità
ma questa è un'altra storia
assisto sconfortato all'ennesima battaglia di retroguardia della sinistra italiana
levata di scudi contro il "diversamente alto" che querela l'unità
in pericolo la libertà di stampa! si urla ai quattro venti
mavaffanculo! ma io querelo chi cazzo mi pare!
massima fiducia nella magistratura un giorno
e quello appresso no?
preferisco tutelare la libertà di querelare cazzo!
non ci state capendo una beatissima minchia di niente care le mie belle teste di cazzo!
dinanzi al tavolino di quel caffè (una volta tanto non sto pensando a te)
due uomini seduti sul gradino di un negozio per l'intimo femminile
quello di destra piccolo e grassoccio e col riporto che non riesce a riportarlo agli antichi fasti della zazzera dei vent'anni
una maglietta della nazionale...quella di del piero presumibilmente
calzoncini corti sempre azzurri
calzini bianchi
e zoccoli da paramedico o da medico in para
l'uomo a sinistra altissimo
capelli nerissimi e troppo folti e troppo appiccicati
un toupè di sicuro
camicia blu notte a fiorelloni celesti aperta sino all'ombelico
pantalone a sigaretta nero
e scarpe in cuoio
nere
entrambi tacciono ed osservano con sguardi vacui e assenti l'orizzonte disegnato dai campanili e dai tetti delle case
poi il piccoletto di destra
all'improvviso si volta ed inizia a gesticolare e a blaterare
si capisce che è un lamento covato a lungo
lo spilungone non fa una piega e continua a fissare nel vuoto
poi il piccoletto tace di colpo e riprende a fare la statua
poi una nuova ondata di parole e gesti e probabilmente improperi
la moglie zoccola? il capo bastardo? il socio in affari che se l'è svignata col malloppo? il sindaco che ha aumentato le tariffe dei parcheggi per i residenti?
faccenducole di questo genere...presumo
l'uomo in nero non dà alcun segno di vita
resto ad osservarli per due ore
poi mi giro di lato
mia madre accenna un sorriso e mentre si scola il suo trentesimo caffè mi sussurra
"sai teo, anche tu sei come loro: sei liberamente tratto da una storia vera"
ah!
estrapola la batteria e la scheda sim del tuo cazzo di cellulare
e regalaceli al tuo ammore
regalaceli per il suo compleanno
e se il suo compleanno è troppo lontano nel tempo
non aspettare!
regalaceli oggi che è il suo onomastico
oggi addì 6 agosto 2009
oggi che è la Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo
e se per mera sfiga il tuo ammore non dovesse chiamarsi Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo
dicci al tuo amore una cosa che non gli/le hai mai confessato prima d'ora
ovverossia
che se anche lui/lei si chiamano alessandro o alessandra
dicci al tuo ammore che in cuor tuo
lui/lei ha sempre rappresentato la Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo
che è un complimentone della Madonna
fra l'altro
estrapola la batteria e la scheda sim del tuo cazzo di cellulare
e regalaceli al tuo ammore
poi cambia il gestore
fai come me
passa a VUOTAFONE!
Nel momento in cui lei gli sussurrò al telefono “Vorrei che fosse già venerdì scorso!” lui sorrise. Anzi rise di gusto. La discrepanza dei tempi e dei desideri disegnava uno scenario futuro alquanto radiosoche, nel momento in cui veniva esplicitamente espresso, si consumava annullandosi come automaticamente nel passato. Questa riflessione gli fece smuovere le budella e contorcere i muscoli mimici del viso, da tempo immemore irrigiditi dal tedio e dalla malinconia che per lui rappresentavano una consuetudine, un permanente stato dell’anima, da cui non riusciva ad affrancarsi. La sera, quando rientrò a casa, lei gli corse incontro, lo baciò e timorosa chiese “Un drink amore?”. “Per me un whisky liscio”, rispose lui seccamente. Pronunciò queste parole senza neppure guardarla in faccia, roteando piuttosto gli occhi come in cerca di qualcuno o qualcosa che non poteva che trovarsi altrove. Forse altrove. Lei si precipitò all’angolo bar con un malcelato segno di contentezza dipinto in volto. Quella notte, ora era una certezza, avrebbero fatto l’amore. Come pensava e si diceva lei. Avrebbero scopato come pensava senza dirselo lui. Come per tacito accordo, che in effetti era tutt’altro che tacito, e neppure trattavasi di accordo, quando lui “ordinava” un whisky liscio significava che sì, si poteva fare l’amore. Sì, a lui andava di farsi una bella scopata. Fosse stato per lei, beh!, lei ne aveva sempre voglia, era sempre scossa da un irrefrenabile desiderio. Al contrario di lui. Che di certe attività motorie, e non solo motorie, dimostrava di averne una più che incomprensibile crisi come di rigetto. Incomprensibile ed assurda ai più. Tutti quelli che, anche solo per darle un buffetto sulle guance, si sarebbero strappati le unghie dei piedi. E forse anche quelle delle mani. Eppure anche a lui, a lui medesimo, questo pareva del tutto avulso dal suo abituale e naturale modo di essere e di pensare e poi d’agire. Ma gli capitava sempre più spesso d’essere avulso a sé stesso. A quei tempi. Di come sia messo in questi, di tempi, nulla si sa. E nulla è dato sapere. E sempre per tacito accordo un “whisky doppio liscio” implicava che si voleva e si doveva troppo fare! L’amore per lei. Scopare per lui. Di contro “un whisky con ghiaccio” esprimeva diniego: “No, non solo non è serata, ma anche qualora lo fosse, non mi va, anzi non voglio proprio”. “Un whisky doppio con ghiaccio”: non se ne parla proprio, non se ne pensa, non se ne ipotizza neppure lontanamente l’ipotesi, non se ne vagheggia, non esiste neppure la remota possibilità, cazzo! E quando al rientro di lui, a lei capitò di udire “Passami la bottiglia intera, valà”, allora lei comprese che tutto era finito. Che lui avrebbe preso in fretta e furia le sue cose, raccolto i suoi quattro stracci, le avrebbe lasciato un tre quattro cinque sigarette sottratte al pacchetto di Lucky Strike, come ultimo lascito, niente baci, né abbracci, solo una tirata su di naso ed un colpo di tosse, una volta varcata la soglia d’ingresso, che da quel momento in poi avrebbe rappresentato solo la soglia d’uscita, si sarebbe precipitato a piedi giù per le scale. Lui e in una mano quella bottiglia di whisky. Vuota. L’aveva scolata lei in quel pomeriggio torrido d’estate, quasi senza rendersene conto, così giusto per ingannare quel tempo che altrimenti se non fosse stato così raggirato…quel tempo, lei avrebbe speso a versare lacrime. Aspettandolo ansiosa di ritorno dal lavoro. Come ogni sera.
Come al suo proprio chiodo
Una racchetta di legno scheggiata
Una chitarra dalle corde dimenticate
Una caciotta gialla troppo stagionata
Un fucile da caccia arrugginito
Un paio di scarpe da calcio squassate
Un qualsiasi figlio di Dio agonizzante
Così al chiodo mio
M’appendo
Io.
Sto svaccato sulla poltroncina in plastica verde. Sto sul terrazzo di casa. E' già buio. E le gambe distese con le dita dei piedi che si avvinghiano alla fioriera. Dalla mia posizione non riesco a vedere giù nella via. Sento solo le voci della gente che transita. Le urla dei bambini. E poi voci di ragazzi dall'accento spiccatamente siciliano che fanno a gara per risultare simpaticissimi alle ragazze che li accompagnano. E' una competizione a chi la spara più grossa. Poi quando il gruppo si sarà sciolto, i ragazzi per la loro strada, le ragazze per quell'altra, è un classico, queste ultime si ritroveranno in qualche angoletto, sedute su qualche muricciolo a spiattellare commenti più o meno entusiasti su questo o quel morettino, e a parlottar del futuro, di nuovi e possibili incontri, magari di baci e di strusci o sarà quel che sarà. Ed i ragazzi altrove, fra le mani una bottiglietta di birra, e le voci sempre altissime, anche se si trovano a pochi centimetri di distanza, l'uno di fronte all'altro, con la sfrontatezza delle risate e dei ciuffi che svolazzano, loro lì assatanati a girarsi film dal contenuto scabroso. Film che magari non troveranno mai la ribalta delle sale di proiezione. Forse no, forse sì. Quasi sempre no. Molto spesso sì. E' solamente faccenda di ciuffi al vento e di cosce e ombelichi scoperti. Da una parte all'altra della strada due voci di donne che s'incrociano. Donne giovani coi loro figli ed i loro mariti silenziosi che passeggiano in questa serata di fresca brezza e di temporali che lentamente s'avvicinano "Tutto bene?". "Sì tutto ok. E voi?". Una domanda rituale che il più delle volte implica una risposta ancor più rituale e quasi sempre, se non sempre, insincera. Le luci della luna piena disegnano figure geometriche sulla parete del terrazzo secondo i tratteggi imposti dalle mura dei palazzi circostanti e dal moto rotatorio della Terra rispetto a sé medesima. E a tutto ciò che le sta intorno. Mi alzo e mi accendo una sigaretta. La biondina del condominio di fronte è in bagno. La vedo. La luce accesa. Inconsapevole o forse no, forse perfettamente consapevole, ha lasciato la tapparella alzata e le tende scostate. Accade tutte le sere, alla stessa ora, o giù di lì. Si sfila le mutandine e si abbassa sul water. E come sempre io mi volto da un'altra parte. E' disgustoso approfittare di una simile situazione. Violare la privacy più intima di una persona. La di lei consapevolezza o inconsapevolezza non contano in questo caso. E se significano qualcosa significano la stessa cosa. Robaccia da spioni incalliti. Almeno per me, per i miei occhi rivolti altrovenonostante sia potentissimo l'impulso a soddisfare una morbosa curiosità. Ma riesco a resistere. Una volta tanto non cedo alle tentazioni. Dovrei farlo più spesso. Anzi sempre. Checchè ne abbia pensato e anche scritto qualche scrittorone britannico dell'Ottocento che per taluni rappresenta il nuovo Messia. Ad indicarci la via. Vedo passare di gran lena il Charlie. Potrei fargli un fischio ed invitarlo a bere un goccetto. Evito accuratamente. A questo punto sarebbe preferibile stabilire una sorta di contatto con la biondina. Ma non è proprio tempo. Né luogo. Già mi estenuano le relazioni sociali che intrattengo. Ed in misura ancora maggiore quelle che non possiedo più. Ma forse ancora mi posseggono. Non ho la benché minima volontà di accollarmi nuove fonti di estenuazione. Le luci della città oscurano le luci delle stelle. Luci che oscurano luci. Solo l'Orsa Maggiore riesce a far capolino, timidamente. Disegna lassù una sorta di punto interrogativo stilizzato. Con un segno aggiuntivo a chiudere il tutto. Un punto appena visibile, a castrare la domanda che già si affacciava sulla punta di quella lingua di cielo. S'alza il vento a scuotere i giornali, a spazzare la via dai passanti sempre meno numerosi, ma non per questo meno rumorosi, a chiudere la boccaccia alla chitarra di quella sgangherata band che nel parco del castello martirizza le canzoni dei Beatles. S’accende un fuggi fuggi generale che mi fa tornare alla memoria i racconti di mia madre. Di quando rombava sulla sua testa di bimba il motore del Superpippo a stelle e strisce. E tutti giù sottoterra, giù in cantina accompagnati dal suono delle sirene. Il suono ammaliante delle sirene. Che nessuna sirena mai avrà tanto potere di seduzione come quella che segnala il coprifuoco. Forse. I pipistrelli mi sfiorano facendomi accapponare la pelle. Mi turba il loro volo apparentemente irrazionale. Una bocca di topo volante che mi accarezza la mano giusto per impedire ad una zanzara di succhiarmi il sangue come fosse un qualsivoglia agente assicurativo. Nel frattempo dal palazzo di fronte, quello oltre, il più alto del quartiere, quello che si trova al di là della piazza, intravedo la figura di un uomo che va e viene alla finestra. Scorgo che si sporge, pare mostrar l’intenzione di gettarsi nel vuoto. Potrebbe essere cosa da un momento. All'altro. Poi l'uomo gira i tacchi e ritorna in direzione del centro della stanza, illuminata a giorno, con le pareti dipinte di color rosso sangue, sangue vivo. Si scompiglia i capelli con entrambe le mani mentre scuote la testa come volesse scrollarsi di dosso pensieri insani e indecenti. Dopo una decina di minuti, durante i quali non ho mai smesso di tenerlo d’occhio, la luce si spegne, così come si interrompe quell’angosciante andirivieni. Angosciante per me che casualmente vi assisto da lontano, semplice e disinteressato spettatore, animato da un disinteresse che possiede tutti i crismi di una assillante curiosità. Contraddizione e controversia di sentimenti e sensazioni che prendono fuoco proprio nel momento in cui prendono a fare a cazzotti fra loro. Va da sé che l’angoscia è più pressante per quel tizio lassù, lui che vive la situazione in prima persona. Questa banale constatazione non mi offre sollievo alcuno, ma tant’è. Seppur mi sovvenga che, a volte, essere i diretti protagonisti di un evento fa paradossalmente in modo che da quell’evento ci si senta completamente estranei. Come quando ci si osserva allo specchio e non si riesce a riconoscere l’immagine da esso riflessa. E magari da noi più o meno adeguatamente riflettuta.. Una superficiale faccenda di non accettazione di quanto ci restituisce il mondo in confronto a ciò che noi gli si offre. O gli si crede di offrire. Come se si dovesse sempre trattare di uno scambio alla pari, in un senso o nell’altro. Fortunatamente le umane vicende non seguono queste regole così logiche e razionalmente matematiche. Fortunatamente per l’uomo e per il mondo che amorevolmente o bestialmente lo accoglie fra le sue grinfie. E dunque, ribadisco, mancanza di autostima oppure solo rabbia per un do ut des ritenuto insoddisfacente? Chi lo può sapere? Io no di certo. Serro gli occhi abbandonando suoni e visioni, ché con gli occhi chiusi sovente mi si tappano anche gli orecchi. E le orecchie. E mi lascia lì, stremato, anche il timore di assistere, mio malgrado, malgrado me, ad un suicidio annunciato dalla mia sempre meno fervida immaginazione, uscita malconcia dall’eterna lotta con la realtà che si mostra e dimostra (si fa per dire…) alla mia vista.
La fantasia è sempre una diretta emanazione della realtà. Da questa prende spunto e spinta per avventurarsi in luoghi solo in apparenza inesplorati. Ciò che il cervello riesce a figurarsi e prefigurare ha sempre un punto di partenza e di appoggio in quello che ha già veduto e sentito ed in qualche modo sperimentato. Anche l’impossibile. Quello che pare impossibile, stando allo stato delle cose, stando entro i confini limitati (e limitanti) delle nostre conoscenze. Le nostre conoscenze, e le conoscenze di tutte le scienze. Per non citare poi i limiti delle coscienze! E delle incoscienze. Ma che ne sappiamo noi di cos’è possibile o impossibile? Cosa sappiamo davvero di quanto c’è di invisibile, di inimmaginabile, verosimile o inverosimile? Pressoché tutto, il tutto, non si sogna, neppure sotto tortura, di transitare attraverso l’anticamera della nostra mente. O semplicemente per il fatto che in quella anticamera manca lo spazio sufficiente anche solo per contenere un pensierino appena appena articolato. O ancor più semplicemente perché la nostra mente non si immagina nemmanco di lontano che certi accadimenti possano accadere, che certi fenomeni possano davvero realizzarsi, che certi universi o oggetti o animali o fiori o frutti o pietre o esseri viventi o esseri sopravviventi o esseri sopravvissuti possano davvero esistere. Per quanto mi riguarda non riuscirei mai a fantasticare sulle fattezze di uno stronzo evacuato da un possibile abitante del pianeta Marte senza fare, in qualche modo e modo e maniera, e anche misura, riferimento a quanto ho già incamerato nella mia sempre più malridotta scatola cranica ed in quell’ammasso putrescente ivi allocato. Rido. “…ivi allocato”: ma come e cosa cazzo penso e quindi scrivo?! Ma questa è un’altra storia, si sa. In definitiva, tanto più si è potenzialmente visionari quanto più si conosce a fondo la realtà nelle sue variegate e multicolori forme ed espressioni. Chi più approfonditamente sa più riesce ad immaginare scenari che altri non riescono e non possono neppure intravedere per il motivo che mancan loro gli strumenti necessari all’impresa. Come posso immaginare la forma, che ne so,ad ipsilon rovesciata di uno stronzo evacuato da un marziano se non so cosa sia una ipsilon e non conosco il concetto di “rovesciarla”…una ipsilon?! Eh, come posso?! Si sostiene che le grandi rivoluzioni, i grandi mutamenti siano stati ispirati, alla fine della fiera, dal pensiero e dall’operato di uomini e donne visionari e dotati di grande immaginazione. Claro que sì. Ma tutt’altro che folli, tutt’altro che dissociati dalla realtà. I folli e i dissociati fanno fatica anche solamente ad allacciarsi le scarpe. Galileo ed Einstein, tanto per citare due eclatanti esempi, il mondo, l’universo e tutto il bailamme di vite che ci zompavano dentro e sopra e sotto e di lato li conoscevano molto meglio di altri (c'era chi li riteneva pazzi, e i pazzi van perseguiti e perseguitati). Quegli altri che magari sono additati come dei creativoni della madonna perché vanno in giro con i pantaloni giallo forfora, e fosforo, e la camicia fucsia ultrafrocio del Bosforo a predicare come si giunge al nirvana magari ascoltando e suonando i Nirvana. L’esser o meno “visionari”, in ogni caso, secondo l’accezione convenzionalmente accettata che si suole dare al termine, non rappresenta di per sé una nota di merito. Non sta scritto da nessuna parte che noi si debba, come se fosse obbligatorio, cambiare il mondo e la Storia. Per entrar nella Storia. Dovremmo preoccuparci del contrario: che il mondo e la Storia non cambino eccessivamente noi, magari impossessandosi delle nostre anime, delle nostre menti e finanche dei nostri corpi.
Intanto la notte, pian piano, si spegne. E si ammutolisce inseguendo sé stessa, arrotolandosi come una spirale. Mi sono definitivamente assopito. Uno stridore di pneumatici mi desta di soprassalto; quella che a sentire il rumore parrebbe una moto di grossa cilindrata che sgomma via. Sarà di certo così. Alzo gli occhi e noto che la luce in quella stanza di quel palazzo oltre la piazza è nuovamente accesa. Intravedo le sagome di due uomini in divisa, sicuramente indossano una divisa, brillano sotto il chiaror della luna i distintivi appesi al petto, e le mostrine sulle maniche. Due uomini nell’atto di chinarsi all’unisono verso il pavimento. E poi il profilo scuro di un altro uomo, un po’ basso ma grasso, un po’ alto ma magro, dipende dai punti di vista di chi vede e di chi viene visto. Sovrastato da un cappellaccio a larghe tese. Anche in lontananza pare mosso da una severità che incute terrore solo a immaginarla. Mantiene le braccia conserte e la testa leggermente inclinata di lato. Di tanto in tanto un flash di macchina fotografica azzera la vista di quanto avviene. Dalle campagne circostanti la città, probabilmente dal centro della piazza principale di un paese limitrofo, si levano luci fluorescenti, spettacolo pirotecnico per chissà quale sagra in onore di chissà quale santo. E mi vien da pensare questo pensiero; senza una particolare ragione penso…penso che no, che la notte non è fatta per morire. No, non si dovrebbe…morire di notte. No.